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a cura di Agenzia regionale di sanità Toscana 

Precauzioni di barriera e batteri multiresistenti in RSA. Quando l'etichetta di "paziente portatore" inganna

20 Luglio 2026

Indice degli argomenti


Nelle RSA la gestione del rischio infettivo e dei batteri multiresistenti (MDRO) è una sfida quotidiana.

Spesso accade di dover isolare un nuovo ospite o di applicare rigide precauzioni basandosi esclusivamente su informazioni passate. Ma quanto è affidabile questo metodo?

Un recente studio pubblicato sull'American Journal of Infection Control (2026), intitolato Improving infection control in nursing homes: Enhanced barrier precautions and multidrug-resistant organism colonization, ha provato a rispondere proprio a questa domanda, mettendo in discussione alcune certezze.

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Il contesto e lo studio

Negli Stati Uniti, le linee guida raccomandano le cosiddette "Precauzioni estese di barriera" (EBP), che consistono nell'uso di camice e guanti durante le attività di assistenza ad alto contatto corporeo. Queste precauzioni sono sempre indicate per gli ospiti portatori di dispositivi medici invasivi, con ferite croniche o portatori di patogeni multiresistenti particolarmente critici.

Tuttavia, le linee guida permettono alle strutture di applicare queste precauzioni anche a residenti con una generica pregressa colonizzazione (o infezione) da germi multiresistenti.

Ma ha davvero senso far indossare camici e guanti agli operatori per ogni paziente che in passato ha avuto un'infezione da batteri resistenti?

Per scoprirlo, i ricercatori hanno coinvolto 580 residenti (per lo più a degenza breve) in 4 strutture, effettuando tamponi cutanei e nasali al momento dell'ingresso per verificare la reale presenza di batteri.

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I risultati chiave: un disallineamento sorprendente

I dati emersi dallo studio ci offrono una fotografia molto interessante sulla realtà clinica:
  • tanta precauzione teorica: il 31% dei residenti aveva un'indicazione per le precauzioni di barriera, e nella maggior parte dei casi (21%) il motivo era proprio una pregressa colonizzazione (o infezione) da germi multiresistenti
  • il dato storico non è uno specchio fedele: tra coloro che avevano questa indicazione clinica "sulla carta", solo il 25% (1 su 4) era effettivamente colonizzato al momento del tampone
  • i "falsi sicuri": il dato più preoccupante è l'opposto. Il 64% degli ospiti che al tampone risultava realmente portatore di batteri multiresistenti, non presentava alcuna indicazione clinica per essere posto sotto precauzioni di barriera. Questo può essere dovuto al fatto che, in questa tipologia di pazienti, le colonizzazioni possono essere transitorie o intermittenti
  • attenzione ai presidi: i pazienti portatori di dispositivi medici avevano maggiori probabilità di essere colonizzati rispetto a chi non ne aveva (33% contro 19%).
Fortunatamente, lo studio ha evidenziato che i patogeni considerati vere "emergenze" (come la Candida auris o i batteri produttori di carbapenemasi) erano quasi del tutto assenti in questo tipo di popolazione.

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Cosa significa per il lavoro nelle RSA?

Gli autori dello studio concludono che è sconsigliato utilizzare la pregressa colonizzazione (o infezione) da germi multiresistenti come criterio per l'attivazione delle precauzioni di barriera.

Imporre l'uso di camici e guanti per una percentuale troppo elevata di pazienti crea un enorme carico di lavoro per infermieri e OSS, aumentando i costi senza offrire benefici proporzionati nel controllo delle infezioni. Questo sovraccarico rischia, paradossalmente, di far crollare l'adesione generale alle norme igieniche basilari per semplice "fatica".

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Riflessioni aperte: la realtà toscana

Alla luce di questi dati, crediamo sia utile porsi qualche domanda sulla realtà toscana.
  • Stiamo sprecando energie? Nelle nostre strutture, quanto ci affidiamo in modo passivo alle lettere di dimissione ospedaliere, finendo per isolare inutilmente ospiti solo per una pregressa colonizzazione (o infezione) da germi multiresistenti che nel frattempo si è negativizzata?
  • Rischio sovraccarico. L'uso estensivo e ingiustificato dei DPI di barriera rischia di generare stress nel nostro personale di supporto, allontanando l'attenzione dall'igiene delle mani, che resta il vero cardine della prevenzione?
  • Cambio di rotta. Non sarebbe forse più saggio e sostenibile concentrare l'attenzione clinica (e l'uso rigoroso dei DPI) sui pazienti con dispositivi medici permanenti (CVC, cateteri vescicali, PEG) e ferite croniche, dove il rischio di proliferazione e trasmissione è statisticamente molto più concreto?
Vi invitiamo a parlarne in struttura con i vostri Referenti AID (Antimicrobial, Infection prevention and Diagnostic). A volte, fare meglio significa fare meno, ma in modo più intelligente e mirato. Buon lavoro a tutti!

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Per approfondire
Mary-Claire Roghmann, Lyndsay M. O’Hara, Stephanie Mayoryk, Gwen L. Robinson, Alison D. Lydecker, Indira French, Gwen Paszkiewicz, J. Kristie Johnson. Improving infection control in nursing homes: Enhanced barrier precautions and multidrug-resistant organism colonization
American Journal of Infection Control, 2026, https://doi.org/10.1016/j.ajic.2026.06.013