Diffusione epidemica di COVID-19 e mortalità in RSA: alcune riflessioni

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03/02/2021
Due articoli scientifici che analizzano i dati italiani sul COVID-19 in RSA ci hanno portato a formulare alcune riflessioni. Il primo articolo The Italian national survey on Coronavirus disease 2019 epidemic spread in nursing homes, a firma dell’Istituto superiore di sanità (ISS) ha analizzato la diffusione epidemica del COVID-19 nelle RSA di tutta Italia, mentre il secondo Older People Living in Long-Term Care Facilities and Mortality Rates During the COVID-19 Pandemic in Italy: Preliminary Epidemiological Data and Lessons to Learn, scritto da un gruppo del nord Italia, ha approfondito il tema della mortalità confrontando i tassi negli anziani residenti in RSA nelle diverse regioni d’Italia rispetto alla popolazione generale anziana.

Dal monitoraggio dell’ISS emerge che durante la prima ondata il 12% delle RSA aveva almeno un residente positivo alla SARS-CoV-2, il 35% aveva almeno un residente con sintomi simil-influenzali e il 21% aveva almeno un operatore positivo.

In questo scenario le linee guida per una corretta gestione contro il COVID-19 erano presenti nella gran parte delle strutture, ma nel 60% dei casi le RSA non hanno ricevuto alcuna consulenza ad hoc né per la gestione dei residenti né, più in generale, per la prevenzione e la gestione delle infezioni. Circa l’8% delle RSA non era in grado di isolare i residenti con COVID-19 sospetto o confermato. Solo il 21% delle strutture aveva una copertura vaccinale completa per l’influenza.

Con questa indagine, inoltre, sono stati individuati i fattori maggiormente associati alla diffusione del virus. Le criticità che hanno caratterizzato le RSA in cui è stato riscontrato un focolaio rispetto a quelle senza sono state:
  • la mancanza di personale
  • la difficoltà nel trasferimento dei residenti in ospedale o in altra struttura o nell'isolamento
  • la mancanza di DPI, di farmaci
  • l’impossibilità per eseguire i tamponi.
Inoltre, le RSA con un numero maggiore di posti letto erano probabilmente a più alto rischio di sviluppare un focolaio.
 
Dal secondo articolo che abbiamo analizzato, abbiamo appreso che durante la prima ondata l’8,5% degli anziani in RSA è deceduto a causa del virus SARS-CoV-2, con una marcata differenza nei tassi di mortalità tra le diverse regioni (Toscana 6,3%, Lombardia 12,9%, Calabria 3,2%).
Se questo dato viene confrontato con i tassi della popolazione anziana nazionale (età media 77 anni), emerge che la mortalità in RSA è stata molto più elevata rispetto alla popolazione anziana nazionale. Il rapporto più alto è stato riscontrato in Lombardia (3 volte di più, ovvero in percentuale il 300%), mentre in Toscana il 37% in più.
Infine, va considerato anche il fatto che l’ISS ha rilevato una quota consistente di decessi tra i residenti in RSA (34%) che riportavano solo sintomi simil-influenzali, e in Toscana questa percentuale era del 24%.

La prima riflessione da fare riguarda la potenziale sottostima dei casi e della mortalità durante la prima ondata della pandemia, che ha indicato così la necessità e l’importanza di avere un sistema sanitario preparato: con il tracciamento dei contatti, il monitoraggio delle persone in quarantena, i test tempestivi con tampone rinofaringeo, il collegamento tra cure primarie e ospedalizzazione, nonché la fornitura tempestiva di flussi di informazioni per l'emergenza. Sono questi fattori chiave per prevenire l'ingresso e gestire le infezioni, qualunque nome esse abbiano (NDM, SARS-CoV-2, etc).

La seconda riflessione invece riguarda la vulnerabilità degli anziani residenti in RSA. L'avanzare dell'età, la presenza di condizioni croniche (ad es. cardiopatia ischemica, diabete e cancro) e il vivere in un ambiente comune con altre persone a rischio, sono stati segnalati come fattori di rischio rilevanti nel contrarre epidemie.
Inoltre, il personale della RSA lavora spesso in più strutture, inclusi ospedali e case di cura private, aumentando così il rischio di diffondere il virus. Questo stretto contatto, insieme a una maggiore vulnerabilità dei residenti può aumentare esponenzialmente il rischio di focolai di COVID‐19 all'interno delle RSA.  Il ruolo del personale nel contenere l'infezione è essenziale e per questo è necessario supportarlo e prepararlo con un’adeguata formazione. Purtroppo questa esigenza è stata finora ampiamente trascurata e necessita un’adeguata riflessione al più presto.

Infine, gli alti tassi di mortalità che si sono osservati nelle RSA durante la pandemia hanno innescato un dibattito sull'organizzazione e la gestione complessiva di queste strutture, sui rapporti paziente-personale, sulle competenze del personale sanitario e, più in generale, sulle risorse stanziate dal sistema sanitario italiano in questo settore. Anche se un modello unico di organizzazione e gestione non potrà essere implementato in tutte le regioni italiane per ragioni amministrative e politiche, è chiaro che è necessario allocare maggiori risorse per la cura di questi pazienti fragili.

Il sistema sanitario "centrato sull'ospedale" in cui l’RSA agisce come attore passivo si è dimostrato totalmente inadatto per una corretta gestione delle emergenze, come la pandemia COVID-19. Per questo motivo, i modelli di cura nelle RSA dovranno essere riformulati in modo più personalizzato, mentre il ruolo delle cure primarie e dell'assistenza a lungo termine sarà sempre più importante nei futuri sistemi sanitari.


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