Le RSA del Nord Italia castelli assediati da un nemico invisibile

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26/05/2020
In una lettera pubblicata su The Lancet Psychiatry Nursing homes or besieged castles: COVID-19 in northern Italy gli autori descrivono la tragica situazione in cui si sono trovate le residenze sanitarie di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna durante l'apice della pandemia di Covid-19, quando più di 600 residenti sono deceduti tra il 7 e il 27 marzo 2020, in alcuni casi anche 3-4 persone in un solo giorno.

Il primo report della Survey nazionale sul contagio da COVID-19 nelle strutture residenziali e socio-sanitarie dell’Istituto Superiore di Sanità diffonde dati allarmanti per i mesi di febbraio e marzo: su 1.634 residenze sanitarie assistenziali campionate a livello nazionale, il tasso di mortalità è stato del 9.6% a livello nazionale, ma con enormi differenze regionali: si va dal 5% in Emilia Romagna al 6.4% in Veneto, sino a ben il 19.2% in Lombardia.

Il forte legame fra la pandemia e la sua diffusione nelle strutture residenziali per anziani rimanda indubbiamente al fatto che, in queste strutture, si concentrano gruppi numerosi di persone fragili e quindi particolarmente esposte alle conseguenze dell’infezione.

Il quadro d'insieme della situazione ce lo fornisce il rapporto del Laboratorio di Politiche Sociali del Politecnico di Milano. Le strutture esistenti sono in gran parte occupate da persone molto anziane: il 75% ha infatti più di 80 anni (si raggiunge il 79% in Lombardia). La quota di ricoverati non autosufficienti, ovvero con scarsa o nessuna autonomia nella gestione delle funzioni elementari della vita quotidiana, è pari al 78%, ovvero circa quattro su cinque.
Da un lato la fragilizzazione della platea dei ricoverati, sempre più spesso composta da persone molto anziane e fragili sul piano sanitario. Dall'altro strutture nel tempo progressivamente più sanitarizzate, che hanno via via assunto le sembianze simili a ospedali o case di cura per permanenze prolungate.

Tornando all'articolo del Lancet, le residenze vengono assimilate dagli autori a cittadelle isolate, con pochissimi contatti con l'esterno. E questa metafora ci riporta alla mente quella della guerra, ampiamente utilizzata nella comunicazione della pandemia durante la fase 1 e che ha certamente avuto effetti profondi sull’immaginario collettivo.

Come si sottolinea in un altro articolo recente Le metafore della pandemia come veicolo di comunicazione: rischi e potenzialità sulle aspettative e sul comportamento individuale e collettivo l’emergenza Covid-19 è stata spesso raccontata utilizzando un linguaggio bellico. E anche qui le strutture-cittadelle sono simili a roccaforti solitarie, in cui nessuno poteva entrare né uscire. La sensazione prevalente degli operatori era quella di essere in trappola, per difendere gli ospiti all'interno dal rischio di contagio e coloro che si trovavano fuori dalla possibilità di assistere al "progressivo, inevitabile e immodificabile spegnersi di molte vite".

Anche i residenti soffrivano la stessa solitudine, l'assenza dei cari e delle loro visite. E il tentativo di usare tablet per le videochiamate, non aveva sortito l'effetto sperato, raccontano gli autori, sopratutto nelle persone con demenza che avevano invece necessità di una carezza, un massaggio, una voce vicina. Ma anche i residenti cognitivamente più presenti respiravano quell'aria densa di ansia e paura e si agitavano.

I familiari a casa erano in preda a sentimenti contrastanti: si sentivano impotenti, in colpa per aver lasciato i propri cari in struttura, talvolta arrabbiati, ma sempre dominati da paura e angoscia perché i messaggi filtrati dallo staff riguardo alle condizioni dei loro cari non eliminavano le loroansie.

Ancora la metafora della guerra ritorna quando gli autori descrivono le proprie emozioni. La sensazione di vivere in un castello assediato era rafforzata dal fatto che i residenti che venivano a mancare non ricevevano un funerale pubblico, non era possibile coinvolgere i parenti o la comunità locale. Tutto ciò rafforzava ancor di più la percezione che non c'era alcuna relazione tra interno ed esterno.

Questa mancanza di connessione non aveva precedenti. I morti scomparivano senza alcun contatto con coloro che in precedenza li conoscevano e li amavano e poiché lo spazio nei cimiteri locali era carente ed era impossibile fare cremazione nelle vicinanze, camion militari trasportavano le bare in altre regioni. Le immagini televisive di queste scene hanno fatto una grande impressione su tutti i cittadini italiani.

L'articolo termina con una nota di profondo sconforto. Dai "castelli assediati" emergevano frequentemente richieste disperate di aiuto. Travolti dall'entità della catastrofe o incapaci di trovare risposte adeguate, nessuno rispondeva.


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