Monza, visita a “Il paese ritrovato”, il primo villaggio in Italia per la cura delle persone con demenza

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05/02/2019
A novembre scorso, la Vicepresidente della Cooperativa G. Di Vittorio Lorella Masini, il responsabile del Settore Anziani Carmine Di Palma con un gruppo di Cittadinanza Attiva Toscana-Firenze hanno visitato a Monza “Il paese ritrovato”, aperto nel giugno 2018, il primo villaggio in Italia dedicato alla cura di persone con forme di demenza e affette dalla sindrome di Alzheimer.

L’incontro è stato organizzato prevedendo sia un momento informativo, sia la visita nel paese. Il direttore della cooperativa Meridiana Roberto Mauri ha spiegato come in questi anni abbiano lavorato per costruire tutti i gradini di una “rete per la presa in carico degli anziani”. In quarant’anni di esperienza, hanno fatto continue sperimentazioni con servizi nuovi man mano che emergevano nuovi bisogni e poi se utili hanno chiesto alla Regione di inserirli nella rete dei servizi pubblici necessari per garantire la continuità di cure.
Tra quelli implementati vi sono: Rsa, Hospice, Centro diurno, RSA aperta e proiettata al domicilio, Centro diurno Alzheimer e Centro residenziale Alzheimer. Tra gli ultimi è stato ideato “Il pese ritrovato”.
Il progetto è costato circa 10 milioni di euro di cui 7 milioni provenienti da privati e fondazioni. In questa fase sperimentale il borgo accoglie solo privati cittadini con una retta di circa € 100 al giorno, la cooperativa sta lavorando con la Regione Lombardia per cercare di inserirlo nella rete dei servizi pubblici.

Borgo ristrutturato secondo il concetto di piazza rovesciata


Il piccolo borgo, di circa 15000 metri, è stato progettato sulla base del centro Alzheimer olandese De Hogeweyk di Weesp, secondo il concetto di piazza rovesciata: al centro ci sono i negozi e intorno due palazzine "Monza" e "Brianza" collegate attraverso un corridoio. Tutta la struttura è come un piccolo paese circondato da recinzioni con una unica uscita controllata da sistemi di allarme.
Gli appartamenti sono 8, in ognuno ci sono 8 camere singole con bagno in camera. C’è un operatore Oss ogni due appartamenti. Nelle ore diurne sono presenti al villaggio altre figure: il direttore, lo psicologo, il fisioterapista e l’animatore.

paese ritrovato monza villaggio malati alzheimerIl borgo prevede un polo centrale con diversi negozi in cui si svolgono una serie di attività: ad esempio il market dove i residenti si recano per fare piccoli acquisti, il bar, il cinema e vari atelier per le attività.
Per quanto riguarda l’accesso dei parenti, anche se ci sono orari indicativi, possono entrare liberamente e trattenersi quanto vogliono, anche di notte laddove se ne ravvisa la necessità. La struttura permette un’apertura alla cittadinanza, ma sempre mediata dall’organizzazione.

L’inserimento ne “Il paese ritrovato” avviene quando la condizione dell’Alzheimer è tale da impedire ai malati di restare a casa, ma allo stesso tempo non è tale da inserirli nei servizi Alzheimer presenti sul territorio; quando la malattia è in fase lieve o moderata. Inoltre occorre essere autonomi nella deambulazione e nell’alimentazione, anche se ci sono problematiche comportamentali. La valutazione per l’inserimento è fatta con la clinical dementia rating scale. Eventuali dimissioni avvengono per condizioni instabili di salute e deficit cognitivi gravi.
 
Il centro mira a favorire il benessere della persona, la sua inclusione e partecipazione, a stimolarne e valorizzarne le capacità. Nel borgo non ci sono limitazioni strutturali: i residenti sono liberi di muoversi. La sfida è quella di coniugare sicurezza e libertà che ad oggi è stata risolta grazie a un monitoraggio a distanza: c’è un controllo da parte dell’operatore dedito agli appartamenti, attraverso uno smartphone in rete con dei braccialetti indossati dai residenti che consentono di localizzarli. Dall’apertura a oggi sono stati osservati una serie di indicatori (tono dell’umore, funzionalità, aumento del tempo attivo scelto dall’ospite, utilizzo spontaneo degli spazi privati e pubblici): in media il comportamento è migliorato con conseguente riduzione della terapia farmacologica.

Attività, libertà di movimento e alleanza terapeutica: una scelta vincente


Il contesto del paese, con la sua architettura e gli arredi, diventa stimolante, ma resta comunque fondamentale la costruzione dell’alleanza terapeutica con l’equipe. Le attività ludiche rappresentano una delle modalità per fare fisioterapia: il fisioterapista, osserva l’anziano mentre gioca e consiglia il gioco che potrebbe essere più idoneo al miglioramento posturale e di deambulazione. Il pensiero che guida questo tipo di intervento è “i residenti, mantenendo la memoria a lungo termine, hanno in mente gli schemi motori passati del fare quotidiano e lasciarli liberi nel contesto del paese, scegliere le attività che piacciono, permette loro di sentirsi adeguati in ciò in cui si riconoscono. Le attività non vengono imposte, i residenti, supportati dall’operatore, guardano le locandine con le attività presso la proloco del paese e in base alle loro “preferenze” si iscrivono.

paese ritrovato monza villaggio malati demenzaTutto l’intervento cognitivo si basa sia su attività strutturate che informali, ma soprattutto su stimolazioni ambientali nell’arco delle 24 ore. Le stimolazioni strutturate avvengono in un luogo specifico del villaggio, il “centro allenamenti”.

Come al villaggio De Hogeweyk anche Il paese ritrovato è molto suggestivo, si ha la sensazione di essere catapultati in un mondo non reale, dove, però si comprende che le persone sono realisticamente libere di muoversi e questo paradossalmente le porta a un’autoregolazione del wandering e a un maggiore benessere. Si nota un cambiamento di impostazione rispetto alla presa in carico delle persone con l’Alzheimer: vi è un’idea di normal life dove è il contesto di vita quotidiana, con una buona alleanza terapeutica, che svolge un ruolo importante nella “cura”.

Fare esperienza in  realtà come questa, insegna che, se vogliamo dare una risposta ad una malattia così complessa come l’Alzheimer, bisogna guardare oltre ed osare con nuove sperimentazioni e soprattutto pensare al problema non più come ad una malattia che coinvolge l’individuo e la famiglia, ma l’intera comunità.